Mostra Kaunas (2015)

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Testo di Benedetta Carpi De Resmini, curatrice della mostra

Ogni viaggio, ogni luogo, ogni persona, che Marguerite de Merode ha conosciuto rappresenta una tappa del suo lavoro. Con Marguerite abbiamo sperimentato nel corso dei tanti progetti realizzati insieme, forme diverse di presentare il suo lavoro, in occasione di questa mostra a Kaunas, si è scelto di dare quindi importanza alle infinite sfaccettature che può assumere un personaggio, che sia un volto, una mano o un luogo singolo.

L‘artista compone un dettagliato studio sociale, quasi antropologico, che non ha nulla a che vedere con il mestiere del ritratto. Il ritratto come vertice concettuale consente un‘interpretazione estetica del soggetto, ma al contempo possiede una configurazione instabile che attraverso diverse norme psicologiche, ne condiziona la percezione.

Se si analizza il suo lavoro, si potrebbe disegnare un lungo percorso, iniziato più di dieci anni fa, sulle tracce di una costruzione organica di un unico grande ritratto: ogni opera è l‘espressione singola di un unico esercizio di astrazione. Seppur nella ripetizione evidente e quasi seriale del tema affrontato, si ritrova nell’opera un’etica dell’identità che rimane assolutamente unica. In effetti il ritratto non deve essere considerato un genere artistico, ma deve essere interpretato come l’esemplificazione delle percezioni culturali dello spazio di azione dell’uomo. Cosi in Voyage le stanze diventano i ritratti dei personaggi che le abitano, Con pochi elementi inizia la sua investigazione nelle profondità del quotidiano di ognuno di questi personaggi. Hasan, Alì, Liuba, sono soltanto nomi senza un’identità precisa, senza un volto, e attraverso un dettaglio, attraverso una nitida logica degli oggetti si arriva ad un vissuto, un breve racconto sull’interiorità di ognuno di loro. Attraverso pochi particolari, una mappa, una borsa, una candela, si delinea la personalità dei migranti che si ritrovano a vivere in terra straniera. Uno degli aspetti della sua indagine è l’identità: di partenza, plasmata dal viaggio e in continua trasformazione. Il fil rouge è la condizione mai definitiva dello straniero, che è nella condizione di essere costantemente alla ricerca del sé. Tahar Lamri, scrittore algerino naturalizzato italiano, in un’intervista ha descritto bene la condizione del migrante che “anche fermo in un posto, compie in realtà l’eterno viaggio del ritorno verso di sé ed è conseguentemente sempre pronto a perdere la propria identità senza alcun timore, coltivando in segreto l’identità primordiale”[1]. In queste fotografie Marguerite congela lo stato d’animo dello “straniero”: emerge quella ricerca costante delle proprie radici e al contempo la volontà di cancellarle, con la conseguente difficoltà di rintracciare quella personalità che gli permetta di riconoscersi e di farsi riconoscere.

Nelle Mani, l’ultima serie di fotografie, l’identità viene svelata, il ritratto è completo, possiamo rintracciare le origini di ognuna delle mani fotografate. Si stabilisce una strana connessione tra il soggetto ritratto e la sua rappresentazione, si completa e si definisce l’unicità del soggetto, come se quelle linee che solcano la mano, fossero le espressioni di un esercizio di astrazione, che rivela un punto di connessione tra l’interno e l’esterno, come una sorta di filtro che consente all’uomo di stabilire una relazione con il mondo circostante. Attraverso quelle mani nude concesse senza pudore alla vista dell’altro, si mette in scena una struttura, una radiografia dell’uomo e diventano un mezzo di compartecipazione sociale e identitaria.

Abbandonando la foto, attraverso il filtro del disegno, Marguerite arriva a stabilire una connessione diretta con il soggetto, quasi che il mezzo fotografico potesse svelare troppo e non consentisse alla persona ritratta di conservare la propria intima verità. Così si arriva alla vera visione per intero del volto. Affascinata non solo dalle differenze somatiche, in questo caso è attenta a cogliere e a far trapelare l’espressione di consapevolezza che appartiene esclusivamente a coloro che non sono stati costretti ad abbandonare il loro paese.

Questa volta con la serie de l’Attente l’artista è stata catturata dalla grandezza e dalla profondità dello sguardo di quanti hanno vissuto la loro vita nella coscienza, che solo coltivando le proprie radici si riesce a raggiungere un rapporto profondo con se stessi e con l’altro. Nonostante i profondi segni delle rughe che solcano il viso, lascino trapelare una vita di stenti, i loro sguardi sono pieni di una dignità e forza che ipnotizza. Attraverso quegli occhi che sembrano aver conosciuto il mondo e il suo senso, si crea un’intensa reciprocità con lo spettatore, che lo conduce ad uscire dal sé per riconoscere l’altro e prendere parte alla sua storia.

[1] Tahar Lamri, Solo allora sono certo potrò capire, ne Le voci dell’arcobalenoFara Editore, 1996.