Ali – Fotografie (2012)

fotografia

Ho conosciuto Ali nell’estate del 2011.

Ero a Londra per un seminario sulla fotografia e dovevo realizzare un progetto nei quartieri di New Cross e Peckham. Un amico mi mise in contatto con Ali, di origine iraniana, con molto tempo libero e disponibilr ad accompagnarmi.

Dopo due giorni di lavoro passati insieme gli chiesi di poterlo intervistare. Sapevo dal mio amico che aveva una storia difficile. Era membro di un’etnia perseguitata dal governo iraniano nin carica da tanti anni. Da ragazzo aveva partecipato ad azioni violente contro il suo governo ed era stato imprigionato per lungo tempo dall’età di diciotto anni. Doveva averne cinquantacinque ora. Era uscito dalla prigione da poco, ma non sapeva che ne fossi informata. Viveva a Londra sotto protezione delle autorità inglesi. Non abbiamo mai discusso i dettagli del suo passato. Si era creata una buona sintonia e avevo voglia di saperne di più. Sarei stata la prima persona ad entrare nel suo mondo e gli promisi di rispettare il suo segreto, qualsiasi fosse stato. Mi disse di fare parte di una etnia oppressa, che si sentiva solo e non poteva allacciate rapporti con altre persone perchè sentiva di non potersi fidare nemmeno della sua gente. Mi disse di aver dovuto cambiare rapidamente casa quattro volte in poco tempo perchè la polizia londineese riteneva che non fosse al sicuro. Era in contatto con la sua famiglia, che viveva all’estero, ma non aveva amici, tranne la persona che me lo aveva presentato. Passava le sue giornate vagabondando per Londra.

L’ho seguito nel quartiere popolare dove abitava, Quando sono entrata nella sua casa ho avertito una sensazione di vuoto. Non c’era nessun oggetto personale, se non lo stretto necessario. Cose anonime, orologi, un calendario: solo una fotografia lo ritraeva al museo delle cere vicino a Lady Diana. C’era una grande carta geografica appesa a una parete con i confini del suo Paese evidenziati. Non c’era traccia di passato. Tutto doveva poter essere lasciato senza esitazioni da un momento all’altro.

Ho cominciato a fotografare la sua stanza: una non-vita, una non-esistenza. C’era la sensazione sospesa di un quotidiano ripetuto con rassegnazione.